Se la geopolitica si leggesse sui tabelloni luminosi dei palazzetti dello sport, la partita tra Tel Aviv e Gaza si sarebbe conclusa con un impietoso 40 a 1. Un record assoluto di efficienza contabile, dove ogni punto sul tabellone corrisponde a una salma estratta dalle macerie, a una vita azzerata, a un quartiere trasformato in polvere.
Per capire il quadro senza la melassa della retorica governativa o della propaganda di piazza, occorre applicare l’unica lente davvero analitica: il cinismo assoluto dei vertici. Quel pragmatismo spietato che accomuna chi indossa la divisa con i gradi, chi calza il passamontagna da fondamentalista e chi veste il completo sartoriale nei palazzi del potere.
1. Il calcolo di Hamas: Il massacro come investimento
L’assalto del 7 ottobre non è stato un’operazione di liberazione, ma un investimento finanziario sul sangue della propria gente. I vertici di Hamas sapevano esattamente cosa avrebbe scatenato la carneficina di 1.200 civili israeliani. Il loro calcolo non era militare, ma di marketing politico: sacrificare Gaza, trasformare due milioni di palestinesi in scudi umani e carne da cannone per ottenere in cambio la polarizzazione globale, l’isolamento di Israele e l’arruolamento garantito delle future generazioni di disperati. Nel bilancio della dittatura teocratica, ogni civile palestinese morto non è una perdita, ma un dividendo d’immagine.
2. Il “lasciar fare” di Tel Aviv: Sacrificare i propri per spianare tutto
Sul fronte opposto, la narrazione del “colpo a sorpresa” scricchiola sotto il peso di rivelazioni e report di intelligence sempre più circostanziati. Le notizie sui preavvisi inoltrati direttamente ai vertici israeliani — dai servizi segreti egiziani a quelli emiratini nei giorni e nelle settimane precedenti l’attacco — trasformano il sospetto in una tesi di agghiacciante nitidezza.
Se chi doveva proteggere i confini ha scelto di ignorare gli allarmi, siamo di fronte al capolavoro del cinismo di Stato: tollerare o sottovalutare il massacro di 1.200 propri cittadini e il sequestro di centinaia di ostaggi per incassare l’unico saldo utile al potere. Ovvero, l’assegno in bianco morale per spianare la Striscia di Gaza. Quel massacro ha garantito la sopravvivenza politica di un governo alle strette, silenziato l’opposizione interna e fornito il pretesto per un’opera di azzeramento urbanistico e demografico che in tempi normali sarebbe stata impensabile.
3. La truffa del “collettivo”: La colpa di essere nati nel posto sbagliato
Per far funzionare il tritacarne serve la truffa concettuale dell’omogeneità: far credere all’opinione pubblica che “i palestinesi siano tutti Hamas”. È il cavallo di troia retorico che permette di giustificare la distruzione di scuole, ospedali e interi isolati. La realtà è molto più banale e atroce: la stragrande maggioranza della popolazione di Gaza non ha mai votato Hamas, non ha mai deciso alcuna guerra e paga con la propria vita l’unica vera colpa di cui si è macchiata: essere nata dalle coordinate geografiche sbagliate.
Il bilancio finale: Chi vince davvero?
Al termine del match, a festeggiare negli spogliatoi non sono né i palestinesi né gli israeliani, ma il club dei guerrafondai:
- Hamas vince la sua scommessa ideologica: ottiene l’odio eterno, l’esplosione dell’antisemitismo globale e il blocco di ogni processo di normalizzazione arabo-israeliana.
- I falchi al governo israeliano vincono la loro partita di potere: cancellano fisicamente la fattibilità di uno Stato palestinese, mostrano la muscolatura dell’apparato bellico ed evitano la resa dei conti politica sulle proprie responsabilità.
La partita finisce 40 a 1. Sul campo non restano vincitori morali, ma soltanto il deserto, le macerie e il sospetto che l’orrore non sia stato un tragico incidente, ma il risultato esattamente calcolato da chi gestiva il tabellone.
La scorciatoia del bollino e l’argomento dell’assurdo
A completare il quadro interviene il cortocircuito narrativo e mediatico. Trasmissioni che celebrano quel nefasto giorno che probabilmente si poteva evitare con le opportune cautele.
Quando la realtà dei fatti e i numeri diventano troppo ingombranti da giustificare, scatta la scorciatoia retorica più comoda: la liquidazione di ogni critica con l’etichetta dell’antisemitismo o del fiancheggiamento del terrore. Una narrazione a reti unificate che trasforma una complessa e spietata operazione geopolitica in una rappresentazione manichea, dove la complessità viene azzerata per facilitare la digestione del pubblico.
Ma se si applicasse la logica della dottrina della spianatura preventiva — l’idea, cioè, che sia legittimo rasare al suolo un intero territorio e colpire indistintamente i civili perché tra di essi si nascondono i criminali o perché i bambini di oggi potrebbero diventare i minatori del terrore di domani — la storia recente andrebbe interamente riscritta attraverso l’assurdo:
- L’Inghilterra avrebbe dovuto rasare al suolo Belfast e l’Irlanda del Nord per eradicare l’IRA.
- L’Italia avrebbe dovuto applicare la terra bruciata e spianare intere regioni del Sud per sconfiggere la mafia o la ‘ndrangheta.
- Gli Stati Uniti avrebbero dovuto trasformare il confine del Rio Grande in una zona di bombardamento a tappeto per azzerare i cartelli del narcotraffico.
- L’Italia avrebbe dovuto bombardare il Alto Adige/Südtirol ai tempi dell’irredentismo e del terrorismo degli anni ’60.
Nessuno Stato democratico ha mai accettato di applicare la logica della distruzione totale sul proprio territorio o contro popolazioni sotto la propria responsabilità, perché farlo significa valicare il confine tra la lotta al terrore e l’adozione dei suoi stessi metodi.
Quando la prevenzione si trasforma in spianamento e la critica politica viene messa al bando come eresia morale, la vittoria sul campo di battaglia si rivela per quello che è realmente: una disfatta del diritto internazionale e la vittoria definitiva del cinismo.