Di Massimo Icolaro

Tra soloni nostrani, indifferenza istituzionale ed elogi della Columbia University mai digeriti in patria. Come l’Intelligenza Artificiale diventa il maglio per spezzare le sbarre della palude culturale italiana.

Tradurre i propri testi in inglese non è un atto di snobismo né una velleità esterofila. Per chi scrive in questo Paese senza indossare casacche di partito o genufllettersi ai capobastone locali, la scelta della lingua inglese è semplicemente una misura di legittima difesa.

L’Italia è da sempre la patria della reductio ad Hitlerum applicata a chiunque tenti di uscire dal gregge, la culla di un’invidia strisciante e paralizzante. La regola è semplice: se puoi dare fastidio con il tuo pensiero libero, il sistema ti ignora. E se l’indifferenza non basta, scattano le manovre sottili per danneggiare la tua immagine, sminuirti, ridurti al silenzio.

Nel corso degli anni ho raccontato a fondo la mia terra e le sue contraddizioni. Ho cercato un dialogo reale: mi sono rivolto alle scuole, ai comuni, alle biblioteche, persino ai centri anziani. Ho organizzato presentazioni alle quali puntualmente non si presentava nessuno, se non qualche sedia vuota. Cercavo solo di mostrare e condividere una realtà tangibile, vissuta e sofferta da milioni di persone che popolano questo posto che chiamiamo Italia. Ma la risposta delle istituzioni e della “società civile” è stata un muro di gomma.

Una matrigna crudele e il caos organizzato

È inutile girarci intorno: l’Italia è stata una matrigna crudele. Dietro le cartoline patinate per turisti creduloni si cela una guerra implacabile di tutti contro tutti. La mia vita è stata segnata da una rete familiare spesso tossica e da un vicinato parassitario che per decenni ha tentato di prosciugarmi, trascinandomi in cause legali pretestuose non solo per estorcere denaro, ma per fiaccarmi moralmente ed economicamente. A questo si aggiunge la miseria dei falsi amici: figuri che ti sorridono di fronte mentre in cuor loro pregano di vederti umiliato, spogliato di tutto e sconfitto.

Questo Paese funziona come un caos programmato in cui l’integrità morale viene trattata alla stregua di una tara psichiatrica. La classe politica agisce con piglio predatore: scalza senza pietà chi si è guadagnato una posizione con lo studio, il sudore e la competenza, per consegnare le chiavi delle istituzioni a una schiera di servili inetti. È la trionfale parata dei truffatori di mezza tacca, quelli che vedete ogni sera nei salotti televisivi o sui social media, con le loro faccette artificialmente pulite e gli abiti da gran sera. Mi astengo dal fare i nomi solo per non dare a questi personaggi l’ennesimo pretesto per trascinarmi nelle aule di tribunale.

Ciò che fa davvero rabbia è l’immenso plusvalore umano sprecato. L’Italia possiede un terreno sociale profondo, una vena inesauribile di creatività, inventiva e tenacia artigiana. Eppure, dal dopoguerra a oggi, questa linfa è stata sistematicamente castrata. Per oltre ottant’anni, la casta politica e una burocrazia parassitaria, sterile e intoccabile hanno succhiato il valore prodotto dal lavoro onesto per intascarselo senza dover rendere conto a nessuno. E il dramma vero è che una fetta consistente della popolazione li spalleggia, barattando la propria dignità in cambio dell’illusione di una briciola di tornaconto personale.

L’esperimento Mario Fratti e l’ipocrisia dei “soloni” locali

Quando quasi vent’anni fa pubblicai i miei primi libri — dopo aver consumato anni a scrivere articoli su blog e fogli di provincia, quando la mente era ancora più prolifica e affilata — fui accolto dai risolini sommesso dei “deus ex machina” della cultura locale. Cattedratici improvvisati, legulei sciatti e falsi, maestri di scuola e depositari del sapere da strapaese si sentivano superiori solo per aver masticato un po’ di latino o greco al liceo classico. Per loro ero solo un intruso.

Poi, accadde l’imprevisto. Dall’altra parte dell’Atlantico, un uomo che non mi conosceva e che non doveva niente a nessuno — Mario Fratti, celebre drammaturgo e docente alla Columbia University di New York — spese parole di straordinario elogio per la mia prosa e per il mio primo romanzo.

Fu una scossa elettrica: allora non ero il “coglione” che il paesello voleva farmi credere di essere. Se un intellettuale di statura internazionale riconosceva del valore nelle mie pagine, significava che quel lavoro aveva un peso specifico reale.

Ma in Italia, si sa, le consolazioni durano poco. Agli editori nostrani e al pubblico addestrato al conformismo non importa nulla del giudizio di chi è dovuto scappare all’estero per non soffocare. L’establishment editoriale preferisce promuovere l’amico dell’amico, il politico di turno o la starletta da reality show.

L’inglese e l’I.A. come armi di liberazione

Ecco perché ho detto basta. Ho scelto di bypassare del tutto i custodi del tempio e di tradurre le mie opere in lingua inglese. Il mio obiettivo è parlare a un pubblico globale, non intossicato dalla prosopopea, dalla spocchia accademica e dall’invidia provinciale che appestano il dibattito culturale italiano.

Non disponendo di grandi mezzi finanziari né di finanziamenti pubblici, mi avvalgo dell’Intelligenza Artificiale come strumento di lavoro. L’I.A. è diventata il mio maglio, la mia leva per forzare la gabbia e portare la mia voce fuori dai confini di questo feudo.

Il clientelismo oggi ha assunto forme ancora più subdole, riservate e di natura massonica, ma il dovere di testimoniare e di smascherare questa realtà rimane assoluto. Hanno provato a mettermi a tacere, a cancellare il mio nome e a buttarmi via come una scarpa vecchia. Tradurre la mia storia ed esporre queste verità al mondo intero è il mio definitivo e intransigente rifiuto di andare via in silenzio.”Remando contro”: la storia di un’intera generazione derubata

Di tutto questo sfacelo ne è venuto fuori, anni fa, con uno dei miei pseudonimi ” Nick Vaudo” un libro che riassume la mia esistenza fin dal titolo: Remando contro: Una vita agli antipodi (oggi riproposto in inglese come How Italy Betrays Its Best: A Stifled Life). Un testo scomodo, spinoso, troppo indigesto per un pubblico abituato alle pillole edulcorate e per un sistema che preferisce non guardarsi mai allo specchio.

In Italia, con ogni probabilità, non lo ha letto quasi nessuno. E sapete perché? Perché affrontare quei temi significa chiamare le cose con il loro nome e chiamare in causa le responsabilità di tutti: i lerci clientelisti della politica locale, datori di lavoro tanto arroganti quanto fessi e corrotti, un vicinato imbelle e bastardo pronto a godere delle tue disgrazie, e parentele tossiche sempre pronte a farti la festa non appena voltavi le spalle.

Ma quel libro non è mai stato solo la mia autobiografia. È il manifesto involontario di intere generazioni. Centinaia di migliaia di persone dotate di valore, competenze ed energia che sono state letteralmente castrate, impoverite e messe a tacere da questo ingranaggio infernale. Una massa di invisibili a cui è stata negata la parola solo perché si è rifiutata di strisciare.

La cosa che continuo a non capire — o che forse capisco fin troppo bene — è questa: come si fa a ignorare sistematicamente chi ha scritto decine di libri e centinaia e centinaia di articoli? Non parlo del classico romanzetto della domenica scritto dal VIP di turno per dare sfoggio di presunta sapienza, ma di una produzione titanica, continua, viscerale. Ma la domanda elementare che questo Paese rifiuta di porsi è: ma questo “fesso” avrà qualcosa da dire o no?

La risposta è che lo sanno benissimo che ho qualcosa da dire. Ed è proprio per questo che hanno steso il velo del silenzio: perché la continuità della denuncia spaventa più di una singola voce isolata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *