C’è un feticismo retorico che sta avvelenando il dibattito pubblico italiano: l’idea della Costituzione “più bella del mondo”. Un aggettivo estetico, fallace e profondamente pretestuoso, usato come scudo spaziale per evitare di entrare nel merito dei problemi. Perché una legge non deve essere “bella”, deve essere funzionale. Deve garantire il cittadino, non i sentimenti dei costituzionalisti da salotto.

Oggi ci troviamo davanti a un bivio, ma i cartelli indicatori sono stati deliberatamente scambiati dalle fazioni in lotta. Da una parte, il Governo che trasforma la riforma in un plebiscito di sopravvivenza; dall’altra, un’opposizione che agita lo spauracchio della democrazia in pericolo pur di non ammettere che il sistema giustizia, così com’è, fa acqua da tutte le parti.

Il Paradosso degli Avvocati

In questo scenario di urla e slogan, ho ascoltato chi nelle aule di tribunale ci invecchia. Ho parlato con avvocati settantenni, professionisti cresciuti a pane e petizioni sulla responsabilità civile dei giudici e sulla separazione delle carriere. Persone che, per storia personale e culturale, votano a sinistra da una vita. Eppure, il loro è un “Sì” convinto. Perché chi vive il processo sulla propria pelle sa che la separazione tra chi accusa (PM) e chi giudica non è una “deriva autoritaria”, ma una necessità di civiltà giuridica.

Il “Bug” del Coinvolgimento Emotivo e l’Impunità Dorata

Ma c’è un problema ancora più profondo, un vero e proprio “bug” metodologico nelle indagini: il coinvolgimento emotivo di chi indaga. Il caso Tortora dovrebbe essere studiato a memoria come monito contro i magistrati arrivisti o accecati dal pregiudizio, eppure la lezione sembra non essere mai stata appresa.

Oggi assistiamo a una dinamica perversa dove chi denuncia viene supertutelato e il denunciato subisce un’attività inquisitoria asfissiante. La giustizia non si chiede quasi mai se dietro una denuncia ci siano interessi economici, antipatie o calunnie. Il magistrato che si “innamora” della propria tesi d’accusa smette di essere un ricercatore di verità e diventa un cacciatore di teste.

E qui arriviamo al punto dolente: la responsabilità civile. A fronte di stipendi spesso definiti “megagalattici”, è inaccettabile che chi sbaglia non risponda dei danni prodotti. È troppo comodo esercitare un potere di vita e di morte sulla libertà e sulla reputazione altrui senza mai pagare il conto dei propri errori, siano essi frutto di sciatteria o di pregiudizio. La responsabilità civile dovrebbe essere l’obiettivo primario: se hai i privilegi di un’alta funzione dello Stato, devi averne anche i rischi. L’attuale sistema, invece, protegge la casta a scapito della vittima di malagiustizia.

La Trappola delle Fazioni

Il cittadino comune è preso in ostaggio da due narrazioni tossiche:

  1. “Se vince il No, cade la Meloni”: Un argomento che nulla ha a che fare con la qualità della riforma.
  2. “Se vince il Sì, è la fine dei contrappesi”: Una difesa d’ufficio dello status quo che ignora la realtà dei tribunali e l’arroganza di chi si sente intoccabile.

Oltre il Tifo

Votare “Sì” oggi significa, per molti, ingoiare il rospo di sostenere una riforma firmata da un governo che non hanno votato. Ma votare “No” significa rassegnarsi a un sistema che non garantisce né l’imparzialità né la responsabilità dei magistrati, nascondendosi dietro la foglia di fico di una “bellezza” costituzionale che non produce giustizia, ma solo immobilismo e carriere blindate.

È ora di smetterla di guardare al colore della penna che scrive la riforma e iniziare a leggere cosa c’è scritto sul foglio. Perché se la politica è una guerra tra fazioni a cui del bene del cittadino frega poco o nulla, allora il cittadino deve avere il coraggio di essere più lucido (e polemico) di chi lo governa.

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