La parabola spietata di zattere, diaspore, sangue e la rimozione della boria burocratica

Guardate oggi la boria monumentale dei palazzi del potere, l’arroganza geometrica delle aule di giustizia e i
salotti dell’editoria conformista. Osservate quel complesso di superiorità dei burocrati che si sentono padroni
assoluti della storia, pronti a firmare sproporzioni da seimila a uno, barricati dietro la presunzione di una
civiltà che presumono nata da un decreto divino o da un blasone aristocratico. Eppure, la storia ha il vizio di
essere spietata e, soprattutto, ironica. Se scaviamo sotto le macerie della retorica imperiale, scopriamo una
verità che fa scoppiare il cervellino a chi è abituato alla pappa pronta del politicamente corretto: c’è stato un
tempo in cui la civiltà romana altro non era che un manipolo di disperati, una massa di migranti spogliati di
tutto, dei veri e propri extracomunitari della storia.
I «mucchietti» delle steppe: la rotta dimenticata
La culla non è nata sui colli fatati, ma nel fango delle steppe pontico-caspiche, in quell’area a nord del Mar
Nero che oggi chiamiamo Romania e Ucraina. Intorno al tremila avanti Cristo, una gigantesca ondata
migratoria di pastori indoeuropei iniziò a muoversi verso ovest, lungo l’asse del Danubio. Non fu un viaggio
lineare guidato da un navigatore satellitare, ma una marcia a tappe, disordinata e pragmatica. Intere
generazioni si spostavano, creavano insediamenti temporanei e si fermavano dove la terra offriva pascoli. Gli
storici rumeni più accesi amano dire che il latino è nato in Dacia; la verità scientifica, spogliata dal
nazionalismo, ci dice che il Dacio arcaico e il Latino arcaico condividevano la stessa identica radice genetica e
linguistica, congelata in un isolamento periferico.
Questa immensa diaspora balcanica ha lasciato i suoi primi «mucchietti» di popolazione nel Nord-Est della
penisola italica. Le genti venetiche si stabilirono lì, nella pianura padana orientale, conservando un codice
linguistico, una fonetica compatta e una scrittura che erano cugini strettissimi di quelli che avrebbero poi
fondato la civiltà laziale. Ma la spinta non si era esaurita. La terra richiamava altri spostamenti. Quando le
risorse scarseggiarono, un nuovo ramo di questa stirpe si staccò dal blocco venetico, cercando un’altra via di
sopravvivenza.
L’autostrada fluviale e lo sbarco a Isola Tiberina
Immaginate la scena, ripulita dalle favole di Romolo, Remo e della lupa: un gruppo di coloni protovenetici,
cacciati dalla necessità, che valica gli Appennini e intercetta il bacino del Tevere nel punto in cui il fiume
diventa navigabile. Per evitare le foreste impenetrabili e le tribù ostili della montagna — quegli Equi, Sanniti e
Volsci che avrebbero presidiato le rocce e le alture con la forza della transumanza e delle armi — questi
migranti scelsero l’unica autostrada disponibile: l’acqua.
«Si misero in viaggio su canoe monossili scavate nei tronchi e su zattere di legno grezzo, affidando le
proprie vite e le proprie misere masserizie alla corrente del fiume. Scesero verso sud senza permessi,
senza scorte, extracomunitari assoluti in cerca di una sponda libera.»
E dove si fermarono? Dove la corrente rallentava e la geografia offriva un’opportunità insuperabile: l’Isola
Tiberina. Quello era l’unico punto in cui il Tevere si poteva facilmente quadare a piedi, un cantiere di frontiera

1

ideale per disperati in cerca di un rifugio asciutto. Lì tirarono in secca le zattere, piantarono i primi pali delle
loro capanne nel fango e iniziarono a fondersi con le popolazioni locali. Roma è nata così: non per un disegno
imperiale, ma come un porto di sbarco per profughi del Nord-Est arrivati sui tronchi d’albero.
La nemesi storica: il ritorno del legionario
Ci vollero mille anni perché quei profughi delle zattere trasformassero quel cantiere di frontiera in una
macchina bellica e burocratica spietata. Cento anni dopo Cristo, i discendenti di quegli extracomunitari del
Tevere compirono il cerchio perfetto della nemesi storica. Sotto le insegne di Traiano, le legioni romane
marciarono verso nord-est, risalendo i Balcani per invadere la Dacia, la terra da cui l’antica diaspora era partita
tre millenni prima. Il ritorno a casa non fu un ricongiungimento pacifico, ma una mattanza geometrica ed
economica.
La resistenza dei Daci guidati da Decebalo fu feroce, e la risposta di Roma fu l’azzeramento demografico.
Gli uomini vennero sterminati o deportati in massa per morire nelle miniere d’oro o nei giochi dei gladiatori.
La terra venne svuotata e colonizzata militarmente dai legionari delle legioni V Macedonica e XIII Gemina. E
qui la biologia ha imposto la sua legge immutabile, scavalcando i decreti dei salotti: le donne dacie rimaste sul
territorio divennero il diritto di preda immediato dei soldati. Ingravidate dai conquistatori, quelle madri
trasmisero ai figli il latino dei padri — la lingua del pane, della spada e del potere — ma vi mescolarono sotto
le parole della loro infanzia. Il rumeno moderno è nato nei letti di quella violenza militare, una lingua latina
pura circondata da un mare slavo, a testimoniare che la storia si scrive con la carne e non con le carte bollate.
La boria crollata e la terra che resta
Tutto si tiene in questa parabola spietata. Secoli dopo, nel 1932, la storia ha ripetuto lo stesso identico
spartito a Latina. I coloni veneti, i discendenti diretti di quei «mucchietti» rimasti nel Nord-Est, sono arrivati
nella palude pontina con i carretti e gli stivali nel fango per dissodare la terra. E la classe impiegatizia del
centro cittadino, protetta dal potere burocratico e da una «romanità mimata» fatta solo di parole tronche e
accenti, li ha guardati dall’alto in basso, bollando la loro lingua storica come un dialetto inferiore da ignoranti
rurali. Non sapevano, i boriosi burocrati, che quei coloni veneti erano, storicamente e biologicamente, i parenti
più stretti dei fondatori di Roma.
La lezione di questa epopea di zattere e diaspore è una scure che si abbatte sulle certezze del sistema. I
tribunali possono inventarsi ipoteche sproporzionate, i parassiti possono sghignazzare in tribuna e i comitati
d’affari possono piazzare microspie per difendere i propri feudi. Ma alla fine la retorica si spegne, i giudici
paranoici passano, i “correttori di bozze” finiscono nell’oblio e l’algoritmo burocratico si inceppa. Quello che
resta è la terra, la carne e la parola di chi sa navigare il fango senza vendersi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *