Nella patria che ha cullato il diritto romano, dove i monumenti e le aule di giustizia trasudano ancora l’eco di formule immortali come in dubio pro reo, assistiamo oggi a un paradosso grottesco. Una dicotomia assurda, per non dire un’ipocrisia bella e buona, che si consuma quotidianamente sulla pelle dei cittadini.

Al popolo delle “formichine” – quello che si alza all’alba, produce, sputa sangue e mette faticosamente insieme i soldi per pagare le tasse e, di conseguenza, gli stipendi dello Stato – il codice civile impone un principio etico e giuridico altissimo: la diligenza del buon padre di famiglia. Al cittadino comune si chiede equilibrio, buon senso, responsabilità e rispetto millimetrico delle regole. Ma cosa si riceve in cambio dall’alto degli scranni giudiziari?

Spesso, la risposta è un muro di astio, un senso di distacco siderale e un’esibizione muscolare di impunità che lorsignori sbattono in faccia ai concittadini. La toga, da simbolo di terzietà e servizio, rischia di trasformarsi in uno scudo feudale. L’atteggiamento dominante sembra un novello “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca”.

L’illusione meritocratica e il “gene” della toga

Il problema è che la toga non l’ha data Dio. E, molto spesso, non è nemmeno il frutto di quella mobilità sociale che una Repubblica democratica dovrebbe garantire. Dietro i severissimi concorsi pubblici si nasconde una realtà ben più pragmatica e dinastica. Se si analizza la sociologia della magistratura italiana, emerge un dato statistico e culturale innegabile: le toghe sono, in larghissima parte, una questione ereditaria o di classe.

I dati sulla trasmissione intergenerazionale delle professioni in Italia parlano chiaro. Non serve evocare il fantasma della raccomandazione spicciola per comprendere il fenomeno; basta guardare al capitale culturale ed economico di partenza. Chi è figlio di magistrati, di alti burocrati o di grandi avvocati d’affari ha la strada spianata. Non solo respira il linguaggio del diritto fin dalla culla, ma può permettersi anni di studio post-laurea senza l’assillo del mantenimento, potendo pagare le costosissime scuole di specializzazione e i corsi privati di preparazione al concorso (veri e propri filtri di censo).

Il risultato? Una magistratura che tende all’endogamia, una bolla autoreferenziale dove i giudici finiscono per essere figli di altri burocrati. Un microcosmo che non conosce la realtà del cantiere, del piccolo commercio, della fabbrica o della terra, ma che pretende di giudicarla dall’alto di una purezza burocratica.

La diligenza sia uguale per tutti

È da questa distanza che nasce l’astio, quel senso di superiorità castale per cui l’errore del cittadino viene punito con inflessibile severità, mentre l’errore giudiziario – anche quando distrugge vite e aziende – viene quasi sempre derubricato a “libero convincimento del giudice”, protetto da una solidarietà corporativa che non ha eguali in altri settori dello Stato.

Se il diritto invoca la diligenza del buon padre di famiglia per chi lavora e produce, sarebbe ora che lo stesso identico metro venisse applicato a chi gestisce il potere più grande e delicato: la libertà e i beni degli uomini. Finché la magistratura si percepirà come un corpo separato e intoccabile, custode di un potere quasi divino e dinastico, la giustizia in Italia resterà una splendida messinscena. Un’ipocrisia scritta sui frontoni dei tribunali, pagata a caro prezzo dalle formichine, a beneficio di chi si crede un dio in terra.

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