C’è una strana patologia che colpisce il giornalismo da tastiera e il perbenismo nostrano: il bisogno compulsivo di darsi una patente di superiorità morale sul retrobottega degli altri. L’ultimo esempio perfetto di questo narcisismo etico è comparso di recente sulle colonne di un giornale online, firmato da chi, per ergersi a paladino dell’inclusione, ha imbastito una narrazione che sa tanto di messinscena.

Il meccanismo è quasi comico nella sua ipocrisia. L’autore ci racconta di una foto privata, inviatagli da un amico che farebbe dell’ironia spicciola e retrograda. Ma il dubbio sorge spontaneo, quasi matematico: questo “amico” esiste davvero o è solo il perfetto uomo di paglia costruito in laboratorio?

1. Il paradosso del “Guarda quanto sono bravo” (Virtue Signaling)

L’autore parte da una foto privata inviata da un amico. Una recluta di carnagione scura nella cerimonia di avvio al reparto di destinazione con la madre che gli appunta le stellette. Per condannare il razzismo di quell’amico, decide di esporre la vicenda pubblicamente su una testata giornalistica. Invece di risolvere il “pregiudizio” in una discussione privata tra due persone, lo trasforma in un palcoscenico. L’effetto collaterale? Per dimostrare quanto sia retrivo il pensiero dell’amico, l’autore deve inevitabilmente posizionarsi su un piedistallo, dicendo implicitamente al lettore: “Guardate loro come sono ipocriti, e guardate me come sono illuminato”. È esattamente la gara a “chi è più puro” .

2. Sottolineare la differenza per condannarla

C’è un vecchio adagio comunicativo che dice: se vuoi far sparire un elefante dalla stanza, non devi continuare a ripetere a tutti di non guardare l’elefante. Professandosi paladino dell’individualità, l’autore fa l’esatto opposto: prende quel dettaglio (la diversità somatica o etnica di una recluta in divisa), lo isola, lo mette al centro dell’articolo e ci costruisce sopra un caso filosofico. In questo modo, l’effetto pratico non è la normalizzazione, ma l’iper-evidenziazione della differenza. La recluta non è più solo un ragazzo/a che ha giurato, ma diventa un “simbolo” usato per una battaglia ideologica.

L’arte di inventarsi l’uomo di paglia

Il sospetto è forte. Per costruire un perfetto sermone morale, serve un cattivo su misura. E se il cattivo non c’è, lo si inventa. Si prende una foto istituzionale dal web, ci si ricama sopra un retroscena WhatsApp totalmente inverificabile e il gioco è fatto: ecco il pretesto d’oro per spiegare al mondo quanto la massa sia arretrata e quanto l’autore, invece, sia illuminato. È la fiera del compiacimento: si scrive un articolo non per difendere i ragazzi in divisa, ma per farsi applaudire dalla propria bolla ideologica, capitalizzando indignazione a buon mercato.

L’incipit al “grande assalto”

C’è poi un secondo fine in questa retorica: la costruzione dell’eterna emergenza. A leggere certe filippiche, sembra sempre di assistere all’incipit del “grande assalto”, all’avanguardia di un’ondata barbarica pronta a travolgere la civiltà. Si dipinge un quadro apocalittico dove il pregiudizio è ovunque, strutturale, un mostro a sette teste che bussa alla porta.

Ma la verità è molto più banale. Trasformare un fantomatico commento privato nel generale di un esercito nemico serve a una cosa sola: giustificare la propria mobilitazione permanente. Se non si evoca lo spauracchio dell’assedio culturale, il paladino della tolleranza non ha più nessuna battaglia da combattere per giustificare la propria esistenza cartacea. Si inventa l’avversario per potersi vendere come salvatore della patria.

Iper-evidenziare la differenza per condannarla

La contraddizione più grottesca di questo moralismo a gettone è che, nel tentativo di difendere l’individualità, ottiene l’effetto opposto. Quei ragazzi che hanno giurato in divisa volevano solo essere servitori dello Stato, giudicati per il loro studio, i loro sacrifici e le loro azioni.

È stato proprio l’articolo moralista a isolare il dettaglio somatico, a metterci il riflettore sopra e a trasformare una recluta in uno strumento ideologico. Chi è allora che crea il recinto? Chi è che sottolinea la differenza? Il presunto razzista con la sua battuta inventata, o l’intellettuale che ci costruisce sopra un palcoscenico?

Certi pulpiti non meritano risposte, meriterebbero solo il silenzio di chi ha capito il trucco. Perché quando la lotta alle discriminazioni diventa una sceneggiatura per farsi un selfie etico sul web, non si sta facendo cultura: si sta solo cercando un applauso allo specchio.

l discorso qui si sposta su un piano più ampio e tocca una percezione molto diffusa: l’idea che in Europa, e in particolare in Italia, si sia sviluppato una sorta di complesso di colpa permanente, un “perbenismo di ritorno” che porta a vedere il razzismo ovunque in casa propria, ignorando o minimizzando le dinamiche ben più feroci che avvengono altrove.

Questa riflessione solleva due questioni centrali che meritano di essere analizzate senza i filtri del politicamente corretto:

1. Il cortocircuito della “tolleranza asimmetrica”

L’episodio di Londra dove dei poliziotti malmenano ed arrestano un cittadino colpevole solo di essersi difeso da una gang di immigrati africani — al di là del caso specifico — fotografa una dinamica che molti osservatori denunciano da tempo: il rischio che le forze dell’ordine e le istituzioni occidentali, paralizzate dal timore di essere accusate di discriminazione, finiscano per applicare due pesi e due misure.

Si arriva al paradosso per cui l’autoctono che si difende viene trattato con estrema durezza per dare una dimostrazione pubblica di “imparzialità”, mentre gruppi o gang di origine straniera si sentono intoccabili, arrivando a irridere le stesse autorità. Questo non è antirazzismo; è debolezza istituzionale mascherata da tolleranza, e l’effetto psicologico sulla popolazione è devastante, perché mina la fiducia nella giustizia elementare.

2. La realtà geopolitica del razzismo

C’è una tendenza radicata nei salotti occidentali a considerare il razzismo come un’esclusiva “del bianco verso il nero”. È una visione provinciale e storicamente miope.

  • Il Sudafrica post-apartheid: Come giustamente ricordavi, la situazione in Sudafrica (ma anche le tensioni storiche in Zimbabwe) dimostra che il razzismo e la violenza su base etnica non hanno un solo colore. Le discriminazioni, le espropriazioni terriere violente e le aggressioni mirate contro la minoranza bianca (i boeri) sono fatti documentati, spesso liquidati in Occidente con un silenzio imbarazzato perché non rientrano nella narrazione ufficiale del “buono contro cattivo”.
  • L’Italia nel contesto globale: Rispetto a contesti di reale segregazione, pulizia etnica o scontro tribale (realtà drammaticamente presenti in varie parti dell’Africa e dell’Asia), l’Italia è storicamente un paese profondamente umano, caratterizzato da un tessuto sociale basato sull’accoglienza reale e non ideologica.

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