C’è un momento preciso in cui una civiltà smette di essere tale e si trasforma in una recita parrocchiale d’avanguardia, di quelle dove i matti stanno in platea a pagare il biglietto e i registi governano dal manicomio. Quel momento, in Italia, lo abbiamo superato da un pezzo, ma la recente giurisprudenza nostrana ha deciso di abbattere anche il muro del suono del ridicolo.

Parliamo della giustizia dei pesi e delle due misure, o meglio, della giustizia degli “schiaffoni e delle caramelle”.

Da un lato della barricata abbiamo l’onesto cittadino, il negoziante, il gioielliere di turno che passa la vita a farsi spremere dal fisco, a subire i regolamenti bizantini di uffici tecnici e delibere comunali, e a dormire con un occhio aperto perché lo Stato ha appaltato la sicurezza al destino. Quando la realtà bussa alla sua porta sotto forma di tre delinquenti armati che gli minacciano la famiglia, l’istinto di sopravvivenza prende il sopravvento. Risultato? Diciassette anni di galera al cittadino e trecentomila euro di risarcimento ai parenti dei rapinatori defunti. Schiaffoni corazzati alla vittima.

Dall’altro lato, c’è il meraviglioso e tutelatissimo mondo del “lavoratore del crimine”.

A questo punto la domanda sorge non solo spontanea, ma assume i contorni di una sinistra profezia burocratica: a quando l’inquadramento INPS per i professionisti della rapina e dello scasso? No, perché se il rischio biologico del mestiere (leggi: prendersi una pallottola mentre si sequestra una famiglia) viene equiparato a un infortunio sul lavoro da liquidare con centinaia di migliaia di euro ai superstiti, allora c’è un vuoto normativo da colmare.

Vogliamo parlarne? Vogliamo immaginare le tabelle sindacali del malaffare?

  • Indennità di trasferta: per lo scassinatore pendolare che si sposta fuori provincia.
  • Fondo d’usura per piede di porco: deducibile al 50% nella dichiarazione dei redditi della mala.
  • Contributi figurativi: versati direttamente dallo Stato per i periodi di “fermo biologico” passati dietro le sbarre.

Siamo all’assurdo sistemico. Ma mettiamo un attimo i puntini sulle “i”, perché qui si sta ribaltando l’abc del patto sociale.

No, caro il mio “lavoratore del crimine”. Tu non devi e non puoi mettere in conto che, entrando in casa o nel negozio altrui armato fino ai denti come un mujahiddin – o uno dell’Isis, fate voi, la declinazione del terrore sceglietela pure a piacimento – ti sia garantito il paracadute statale. Se decidi di varcare quella soglia con le armi in pugno per depredare la vita e i sacrifici altrui, ti assumi l’onere totale, assoluto e indivisibile della legittima reazione. E se quella reazione arriva, te la prendi tutta, con annessi e connessi. Non puoi fare affidamento sul fatto che lo Stato si trasformi nella tua compagnia di assicurazioni privata, garantendo il “rimborso per danni fisici o morte” da girare agli eredi come fossi un operaio caduto dall’impalcatura. Il crimine non è un contratto collettivo nazionale con i rischi coperti dal pignoramento dei beni della tua vittima.

La magistratura ideologica, cresciuta a pane e sociologia da salotto, ha partorito invece un mostro giuridico dove il carnefice diventa il dipendente sfortunato e la vittima diventa il datore di lavoro abusivo che ha osato reagire senza firmare il verbale di licenziamento assistito.

È il leitmotiv eterno di questo Paese allo sbando: mantenere il cittadino onesto sotto schiaffo.

Se reagisci, ti distruggiamo. Se denunci la corruzione, la pubblica amministrazione ti isola e ti prende a bersaglio. Se ti difendi dai ladri, ti pignoriamo la casa per dare la pensione di reversibilità alla prole del rapinatore. Lo Stato rivendica il monopolio della forza, ma lo usa solo contro chi rispetta le regole, perché sa che l’onesto cittadino ha qualcosa da perdere, mentre il delinquente è, per definizione, fuori radar.

Le caramelle ai furbi e ai predatori; gli scudisci sulla schiena di chi produce, paga e tace.

Cari burocrati, cari soloni del diritto proporzionale da tavolino: continuate pure a pesare l’adrenalina della paura con il bilancino da farmacista. Ma sappiate che a forza di tirare la corda e di invertire i ruoli di vittima e carnefice, il cittadino non diventerà più obbediente. Diventerà solo più cinico. E quando un intero popolo smette di credere che la legge difenda i giusti, la commedia dell’assurdo finisce. E inizia un’altra storia, molto meno divertente per i registi del palazzo.

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