Oggi a Roma Est si celebra un rito antico: la caccia all’acqua minerale nei supermercati. Una condotta del Seicento è esplosa sotto via Prenestina, trasformando i quartieri in un lago e lasciando migliaia di persone a secco. Nel frattempo, dall’altra parte della città, si inaugura con orgoglio il nuovo marciapiede dell’ex Borghetto degli Artigiani, con tanto di “recinzione artistica in stile archeologico”.
Ecco il paradosso romano che nessuno vuole ammettere: viviamo in una città che preferisce musealizzare il degrado piuttosto che riparare il futuro.
L’estetica della toppa
A Roma abbiamo elevato la “toppa” a forma d’arte. Se un muro crolla, diventa un reperto. Se una strada si spacca, è colpa della “stratificazione storica”. Siamo così assuefatti all’idea di vivere in un museo a cielo aperto che abbiamo accettato che anche i nostri servizi essenziali appartengano al passato. È normale che nel 2026 una condotta seicentesca sia ancora il pilastro del sistema idrico? No, è patologico. Ma fa curriculum, fa “identità”.
La recinzione come soluzione
Il progetto di via di Acqua Bullicante è l’emblema di questa mentalità. Si abbattono barriere abusive — sacrosanto — ma le si sostituisce con “recinzioni artistiche” per valorizzare i resti. È la strategia del recinto dorato: non potendo risolvere la complessità sociale e infrastrutturale di un quartiere, lo si impacchetta con un po’ di design ministeriale. Si sposta il problema cinque metri più in là, dietro una grata elegante, e lo si chiama “rigenerazione urbana”.
Il privilegio del disastro
Mentre il centro storico si rifà il trucco per l’ennesimo evento giubilare, le periferie affogano (letteralmente) nei guasti di un’infrastruttura che non regge più nemmeno il peso del suo nome. Il punto che tutti ignorano è che il decoro è diventato il paravento dell’inefficienza. Ci vendono la “bellezza del recupero” perché non hanno i soldi, o la visione, per la “brutalità dell’innovazione”.
“Roma non è una città, è un’abitudine alla sopravvivenza.” — Eppure, a forza di sopravvivere tra un rudere e una condotta esplosa, ci siamo dimenticati come si vive.
Invece di allargare i marciapiedi per farci guardare meglio le macerie del passato, forse sarebbe ora di scavare per costruire un presente che non evapori al primo sbalzo di pressione.