Se Antonio Pennacchi fosse ancora qui a masticare il suo sigaro lungo i portici di via Armellini, di fronte
all’inaugurazione in pompa magna dei giardini comunali si sarebbe incazzato nero. Non avrebbe usato mezze
parole né formule diplomatiche. Avrebbe preso quei manifesti propaganda, i comunicati patinati delle autorità e
le cifre del bilancio comunale e li avrebbe sventolati in faccia ai presenti con il suo solito tono burbero e
tonante: «Ma che state a combinà?».
L’INCONTRO DA PIERMARIO E LA PAROLA PRONUNCIATA MALE
Era il 2010 o forse il 2011. Presso la libreria Piermario in via Armellini — presidio culturale e umano di una Latina
che masticava idee prima che slogan — stavo cercando una strada per pubblicare il mio primo volume narrativo, “I
bepi della capanna“. Chiunque si sia cimentato con l’editoria sa quale muro di gomma si frapponga tra la pagina
scritta e la carta stampata.
Mentre lamentavo queste difficoltà con il libraio, si avvicinò un uomo alto, stazzonato, con il sorriso sbieco e l’aria
ruspante tipica di chi ha le radici immerse nella tempra dei “veci” veneti venuti a bonificare la pianura. Era
Pennacchi. Era radioso: lo avevano appena proposto per il Premio Strega. Ma della boria da autore consacrato non
v’era traccia.
«Te credi mica che per me è stata una passeggiata? Ho prodotto pure io un sacco di cartaccia!»
Fece per voltarsi e andarsene, con quel suo tono secco, apparentemente scorbutico. Poi si rigirò di scatto, mi fissò
sotto i baffi e aggiunse, quasi ridendo: «Insistisci».
Un verbo storpiato? No, una sferzata dialettale, un’invenzione ruspante rubata al parlato dei Monti Lepini. In quella
singola parola sibilata con finta stizza c’era tutta la sua filosofia: la scrittura non è un privilegio per anime delicate,
ma un mestiere d’attrito. Se hai qualcosa da dire, spingi e vai avanti.
SOTTO LA GALLERIA PENNACCHI: LA PROFEZIA DEL MARCIAPIEDE
Negli anni successivi ci si incontrava spesso nei pressi della Galleria Pennacchi. lui abitava di fronte.
Un’omonimia pura, che con lo
scrittore non c’entrava nulla — il costruttore del complesso era colui che demolì la vecchia casa del contadino per tirare
su il primo grattacielo della città — ma che la sorte volle piazzare proprio di fronte al palazzo dove Antonio abitava.
Nomen omen, dicevano i latini.
In quel periodo la mia parabola lavorativa stava vivendo una svolta brutale. Dopo 17 anni da responsabile
per un appalto comunale, mi ritrovai demansionato a semplice ausiliario del traffico. Al posto mio uno raccomandato da fuori provincia.
Una ritorsione strisciante, un
mobbing aperto che avrei poi portato nelle sedi opportune. Alcuni giornali dell’epoca si interessarono alla mia vicenda gli articoli su di me uscivano con cadenza settimanale e i miei problemi erano noti a tutta la provincia.
Salvo a chi se ne disinteressava, avevo inviato lettere e denunce sugli appalti clientelari ma senza alcun esito addirittura una lettera all’allora commissario prefettizio.
Una sorta di damnatio memoriae verso di me era la parola d’ordine della politica.
Facevo il mio giro lungo di controllo di auto in sosta.
Quando incontravo Antonio vestito da sfigato ausiliario del traffico, sotto i portici, o davanti casa sua il saluto era d’obbligo
« Allora, Antò ?»
E lui non mancava
di chiedermi con la sua franchezza spietata:
«Giovane, è il caso di chiedere a te come va… vedo che te ne stanno a fa’ de tutti i colori.»
«Giovane? Antonio, ho cinquant’anni!» rispondevo io ridendo.
«E te lamenti?» ghignava lui. «Questi cialtroni passano e magari li schiaffano in galera, abbi fede.»
Non era consolazione da buonista. Era lo sguardo disincantato di un ex operaio che conosceva le bassezze del potere
di provincia. Sapeva che certi soprusi d’ufficio nascono dalla mediocrità di chi gestisce la cosa pubblica e che la
parabola degli arroganti finisce quasi sempre per consumarsi da sola.
LA SCOMMESSA CIVICA DEL 2011 E LO STRAPPO CON I POLI
Quella vicinanza alle traversie della città reale spiegò anche la sua presa di posizione nel 2011. Pennacchi decise di
spendersi in prima persona promovendo la lista civica “Pennacchi per Latina” a sostegno di Filippo Cosignani. Non
cercava poltrone — non si candidò nemmeno al consiglio comunale — ma voleva dare una spallata al sistema.
Era il tentativo di rompere la tenaglia tra una destra arruffona e furbacchiona, abituata a gestire la città come una
proprietà privata, e una sinistra incolore, erede della peggior prassi democristiana, incapace di produrre una visione.
La sua fu una battaglia di rottura, polemica e orgogliosa, per restituire dignità storica e culturale al capoluogo
pontino.
I CONTI CHE NON TORNANO: LA MATEMATICA DELLO SPRECO
Il Parco Falcone e Borsellino copre circa 7 ettari (70.000 metri quadrati). Spendere 5,5 milioni di euro per la sua
riqualificazione significa impegnare quasi 78,5 euro al metro quadrato. Con una cifra del genere, un privato farebbe
piantumare ed erigere fino a 100 ettari di bosco con alberi già alti due metri, oppure pavimenterebbe a nuovo l’intera
superficie con materiali di altissimo pregio. Vedere che dopo anni e milioni i vialetti rimangono gli stessi e il risultato è
minimo rende la misura dell’inefficienza pubblica.
LA FARSA DEL RECUPERO POSTUMO E LO SCEMPIO DEI 5,5 MILIONI
Oggi assistiamo alla recita di una politica locale — con Fratelli d’Italia e i quadri di governo cittadino in testa — che
tenta di appropriarsi dell’immagine di Antonio Pennacchi, citandolo come nume tutelare al taglio del nastro dei
giardini comunali nel luglio 2026.
Un’inaugurazione arrivata dopo due anni e mezzo di cantiere recintato (dal 18 dicembre 2023) e dopo un’agonia
ancora più lunga fatta di percorsi sconnessi, stradine interne impraticabili e lotti abbandonati. Ma a fare indignare
davvero è la cifra: 5,5 milioni di euro per 7 ettari di parco.
Facciamo due conti da cantiere, quelli che Pennacchi, da ex operaio e da uomo pratico, avrebbe preteso a voce alta.
Settantotto euro e rotti al metro quadrato. Con 5,5 milioni di euro un operatore privato avrebbe rimboschito da cima
a fondo un’area da 50 a 100 ettari — fino a quattordici volte l’intera superficie del parco cittadino — piantumando
alberi già alti due metri, installando impianti d’irrigazione d’avanguardia e rifacendo da zero ogni singolo percorso.
Invece, a Latina, con 5,5 milioni si è assistito al solito film: transenne eterne, foto di rito, annunci trionfali e foto
diffuse che non mostrano nemmeno il rifacimento strutturale dei vialetti interni. Dove sono finiti quei soldi? Nella
burocrazia, nelle varianti, nelle perizie, nell’infinita macchina che mangia risorse senza produrre sostanza.
Vedere questo teatrino e sentire i politici locali fare il nome di Pennacchi per nobilitare uno spreco simile fa sorridere
e fa incazzare. Latina fu costruita dal nulla, scavando la palude e posando milioni di mattoni, in appena nove mesi nel 1932. Oggi, per rimettere a posto sette ettari di parco tra ritardi e costi sproporzionati, ci si mettono anni e
milioni, pretendendo pure l’applauso.
Pennacchi non era roba loro. Non era un brand da spendere con la fascia tricolore sul bavero per coprire le
inefficienze dell’amministrazione. Era un eretico, un provocatore, uno che le cose le diceva in faccia e che di fronte a
5,5 milioni spesi per quattro rinfrescate avrebbe tirato giù il palco. La sua vera lezione sta tutta in quel ricordo rubato
sul pianerottolo della libreria: guardare in faccia il potere, smascherarne le bassezze e continuare a insistire.
© Max Colaro / Emergi.it — Riproduzione riservata
